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Già, siamo alle solite. Quando arriva il giorno, il fatidico giorno della Maratona, mi chiedo: ma perché? Ma chi me lo fa fare? Insomma da quando apro gli occhi a quando chiudo la bascula del garage ogni momento è buono per pormi la questione. Può iniziare a letto, perché dormo sveglio, come una guardia, prima che suoni il bi-bip bi-bip o da appena alzato. Alzato è un eufemismo. Si perché mi sposto da una stanza all’altra strisciando.

Passo del leopardo, per non svegliare nessuno, è notte. Attento, accorto, in un clima da pre-conflitto vago per la casa in assetto da caccia al tesoro.

Cerco una delle cose che sicuramente mi scorderò. Rifaccio quindi l’inventario della borsa e nel frattempo mi scordo di spegnere l’allarme della sveglia che di colpo scatta: Bi-Bip Bi-Bip, non ha mai suonato cosi forte! Sembra la sirena-avviso degli attacchi aerei. Tutto in fumo, il mio far piano svanisce.

Corro a spegnerla e mi chiudo dentro alle spalle, aspettando che arrivi dall’oscurità il primo segnale di sfida: una ciabatta nella testa. Risolta la pratica con due scuse e tre baci, parto. Sono sveglio iscritto ed ho il resto della truppa in piazza che m’aspetta. Direzione Malo.

Bi.bip bi-bip il piccione elettronico mi ha portato il messaggio di un soldato in ritardo. Sveglio anche lui da chissà quando ma alla fine si sa: la puntualità ruba tempo. E allora aspettiamo, si sta li in piazza a fissare il monumento ai caduti. Sperando che non sia un presagio. Bè, al limite cadremo con onore: al 35°. Noi amatori siam così, ci sentiamo un po’ degli eroi. Si perché vive la Maratona chi, come noi, non è capace di correrla; gli altri, i professionisti o pseudo-tali, la corrono perché non osano viverla. Bene, arriva l’ultimo e si và. Ah, l’ultimo di solito è sempre ultimo, anche in gara. Lo so perché a volte tocca anche a me. Sembra che se si và ad una gara con gente più forte ci si debba portare appresso più cose e si allungano i preparatividell’ultima ora, e sovente s’arriva tardi.

Ok, arrivato. Autostrada libera, il sole timido dei -3° celsius prova ad uscire in un cielo terso da grandi momenti. Altro che Milanomarathon. Siamo in pochi, parlano di trecentocinquanta presenze, mescolate da staffette e mezze. Infatti non si sa bene chi sia l’avversario. Parcheggiamo dietro la partenza, neanche ci avessero tenuto il posto. Andiamo a ritirate il pacco gara, ma ahimè non c’è il pettorale. Alcuni, dicono, non son stati stampati.

Fantastico! Guardo il tutto con un sorriso (non di sufficienza), mi piace che non ci sia quell’aspetto commerciale che oramai tutte le manifestazioni hanno. Infatti come supporto al servizio ci sono Alpini, Disabili e Boy-scout che si prestano volontari. Proprio questi ultimi, i Boy-scout, sono bravi ragazzi con il compito della crocerossina; del resto non v’è dubbio, di malati da accudire ce ne sono: di domenica a -3°gradi a 100km da casa fare 42000 passi di corsa è da pazzi! Aspetto un po’, vado a cambiarmi e a cinque minuti dall’orario di partenza arriva il pettorale.

Vado in trincea, ops in griglia e, caspita sono in prima linea, davanti al nastro: mai successo. Sparo, partenza! Parte la “Maratona dei 6 Comuni”! La partenza è sempre meravigliosa. Rotta spesso dal solito dispensatore di consigli che muore di uno strisciante buon senso. Come sempre per esaurire un argomento finisce per esaurire chi lo ascolta. Vado, non ascolto nessuno, ascolto me stesso, i miei passi. Vado per mio conto a scoprire i miei errori che in fondo non rimpiango mai. Passano 4-5 minuti, cerco un riferimento, una tabella che non c’è. Bhò, nella confusione non l’avrò vista . Cerco la seconda, invano. Inizio a farmene una ragione. O forse abbiamo tutti sbagliato strada.

No, il percorso è quello giusto; non c’è traffico, non ci sono auto quindi è riservato a noi. Eccolo, eccolo in parte al primo ristoro, timido come il sole della partenza il cartello con la scritta 5km. Bene dai, procedo tranquillo. Sperando di arrivare sereno. Sono un illuso. Continuo a correre e mi godo il tracciato senza guardare l’orologio; non serve in questa corsa d’altri tempi. Passiamo per piacevolissimi paesini ghiacciati con il vento in contromano e con pochi onesti spettatori che chiamano per nome il nostro vicino di corsa. Al 10km ho la conferma: i cartelli ci sono ogni 5. Forse un po’ pochi ma va bene così.

C’è un cartello per comune o poco più; è “la Maratona dei 6 Comuni” e ci son 7 cartelli. Corro. Bellissimo, non c’è nemmeno il cartello dell’ultimo chilometro. Tanto ho già smesso di soffrire, se ne è già andato anche quel crampetto che al 39° mi viene sempre a trovare; 10 minuti di stretching e di particolari preghiere per farlo andar via mi han permesso di ripartire “quasi fresco”.

Corro, si fa per dire, quel poco che mi rimane d’inerzia misto allegria. Mi sembra d’aver raggiunto la pace dei sensi ed inizio ad assaporarmi l’arrivo, la fine delle ostilità. Corro gli ultimi metri orgoglioso, come se portassi la bandiera sulla spalla nel giro d’onore, facendo la faccia sofferente. L’espressione sembra quella di uno che torna dal fronte, serve a richiamare l’attenzione degli spettatori al fine d’ottenere l’ultimo incitamento. Apro le braccia e transitando sotto l’arco d’arrivo chiudo forte gli occhi e dico: grazie Malo, questa battaglia l’abbiamo vinta tutti. Per la cronaca: ho chiuso in 3.30, il primo? Non l’ho visto.

 

Simone Cartom Crema