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Romanzo ispirato alla fatica dei maratoneti. A quell' aspetto mistico che assumono certi momenti, invero ebri, di chi corre le lunghe distanze. Dedicato a Simone Lamacchi, al "suo" Gruppo e alla splendida "Maratona Internazionale del Custoza".

maratona del custoza

Cap.1: "Che poi, non è mica neanche detto". Si, che uno debba scegliere sempre il percorso veloce. Altrimenti guardando l'altimetria della "Maratona del Custoza", che sembra l'elettrocardiogramma di un tachicardico sotto sforzo disegnato da Carl Friedrich Gauss, glisseresti con nonchalance. Quindi Martoc l'ineffabile la fece. Anche se sapeva che avrebbe sofferto del moto sussultorio provocato dalla sua supervelocità di illuso.

 

Infatti ad egli piaceva immaginarsi un caccia in picchiata giù dalle discese che si contrapponevano alle salite che avrebbe fatto con la velocità iniziale imposta, cioè: d'abbrivio. Che bello sognare. Sarebbe il risultato perfetto: sfruttare adeguatamente la propria potenzialità, tutti i Maratoneti sanno che è lì che si giuoca la partita: mantenere una velocità media uniforme.

Tiè, diceva: la teoria la so. Promosso? Si, col … la lode.

 

Cap.2: Nella fattispecie la corse per orgoglio. Di preparazione, come al solito, ne aveva ben poca. Un podista, tale Stite l'inverecondo. Un berrettino da fantino su sta testa, una striminzita felpa della Tacchini, alto, forse due metri, ma stretto di spalle, incredibilmente magro, e la sua faccia, notate bene, beffarda. Un tipo strano con un numero imprecisato di anni e un espressione attenta a qualcosa che gli è di fronte anche quando non c'è. Siste Mannaro, lo chiamavano anche, era uno di quelli che interpreta un personaggio che non gli si addice. Siste sarebbe anche potuto arrivare al traguardo prima di Martoc, ma non lo avrebbe mai battuto, e questo non gli andava giù. Non gli andava giù perché, a suo dire, Martoc celava qualcosa, aveva un segreto, un chissachè che non aveva mai rivelato.

Un giorno, per provocare, gli disse farfugliando a Martoc:

"ciao Lepre, come va Lepre?
Sappi che ho le gemme già cucite dietro la canotta così mi vedrai meglio per tutta la gara anche quando ti troverai a chilometri di distanza da me.
"
Martoc guardò con sufficienza "l'ossuto".
Si, aveva già deciso di partecipare all'evento. Ma dopo l'affermazione del Stite ne era costretto. Di orgoglio ne aveva, a tal punto che se fosse stato un giapponese si sarebbe tagliato il mignolo della mano e glielo avrebbe gettato addosso, piuttosto che non accettare la sfida.
Quindi lo guardò di nuovo dopo aver, per un attimo, abbassato lo sguardo e con sussieg esordì:
"ti è rimasto impresso quell'aneddoto, vero? … Sappi che ti seguirà per tutta la vita. Ma non io ... vecchio mio. Io sarò là davanti con il machete ad aprirti il sentiero nella boscaglia più intricata. Vedi che ci saranno sempre due strade nel bosco: e tu sceglierai la mia.
Good Luck my brother, good Lake
".

L'aneddoto al quale faceva riferimento era stato raccontato al Stite in un precedente confronto. Il contesto era una manifestazione importante e bella che si corre nel centro di Verona. La Corsa più vecchia d'Italia. In quell'occasione, Martoc, dopo aver sentito queste parole:

"oggi sono in forma, preparati, che ti straccio".
Senza tanti preamboli e con lo sguardo dritto, apatico, d'avanti ad un gruppetto di curiosi che si infittiva sempre più, gli raccontò :

"sai, un tempo, a Peschiera c'era un tale Lonardi. Chiamato il "Mato". Abitava in una zona vicino al Genio Militare, dove c'è l'autostrada e dove un tempo passava la ferrovia. La Località Mandella.

Quasi tutti gli abitanti della zona o frequentatori non si facevano notare per sobrietà e tranquillità. Forse era il periodo scanzonato, forse era l'aria gusto Eternit, fattostà che di normali, in quella zona, non ce n'eran. Ognuno di questi aveva su di se una storia bizzarra.

C'era ad esempio un pittore, niente di strano direte voi, era bravo, ci sapeva fare, stranezza? Non usava i pennelli. Questo per me era sufficiente per definirlo "strano", credo di ricordare che si chiamasse Dino, intingeva le mani nei secchi di colore, senza tirarsi su le maniche e faceva dei capolavori con le dita che si muovevano come tentacoli. Il primo "writer" che si conosca, lo avesse visto l'Oliviero Toscani ne avrebbe fatto una campagna per la Benetton, ma non fotografando le opere ma bensì "Dino tutti colori". Finiti i lavori sembrava un cartone animato.

Un altro era un carrozziere, un tipo da compagnia ma non ve lo raccomando. Ne aveva combinate di ogni;e non intendo solo marachelle. Un ragazzo "borderline" come dicono oggi. L'ultima volta che lo vide fu in un area di servizio, il ragazzo stava facendo benzina e quando vide Martoc, estrasse l'erogatore dal serbatoio e mimando i campioni sul podio con lo champagne spruzzò benzina a destra e a manca, ovunque e per finire cosparse l'auto ridendo come un bambino … povera Italia, avrebbe detto mio Nonno. E non in ultima, perché ce ne sarebbero molte altre, una famiglia intera che su ogni individuo che la componeva, c'era una letteratura da raccontare. Una su tutte? Una notte il padre, accorgendosi della presenza d'un ladro, ingaggiò con questo uno scontro a fuoco. Cose da film. Vinse il nostro padrone di casa, forse più avvezzo del malcapitato. Si sa che a casa dei ladri non si va a rubare. C'è da dire che forse il nostro padrone di casa fu aiutato dal tuonante sovrapposto che ad ogni sputata faceva una rosa di pallini che il povero lestofante non poteva aver scampo. Quest'ultimo tentò di scappare, colava sangue da tutti i pori, e andò a rifugiarsi sotto ai Sette Ponti, ma durò poco ed il resto ve lo risparmio. Ah, nella località avevano attività anche gli zii di Martoc, per questo conosceva la zona. Fermi. So già a cosa state pensando. Martoc era normale, o quasi.

Questo "Mato" insomma, correva in bici. Era uno di quelli forti. E ad una gara un suo avversario gli chiese con tono ironico dove andasse mai con una "Gemma" (catarifrangente) sulla bicicletta da corsa. Il "Mato" lo guardò, era veramente molto forte a quel tempo, e gli rispose: "segui quella gemma, e arriverai secondo". Nella quotidianità dei fatti non sono i cattivi a esser puniti né i buoni a ricever ricompense. Il successo premia i forti, il fallimento schiaccia i deboli; ecco tutto. Evidentemente tutta questa vicenda rendeva impossibile esimersi dal tirar fuori il massimo da se stessi dopo questi precedenti. E Custoza era nota per essere stata teatro di due importanti battaglie risorgimentali. A ricordo di tali episodi bellici sorgeva un ossario nei pressi del paese dove ognuno dei due avrebbe portato volentieri i resti dell'altro.

 

Cap.3: Epoca d'oro per gli Operai della corsa, per i patiti della fatica, per i Maratoneti. Sono in tanti ad ogni manifestazione. E qui in una corsa che non sai se è rimasta con il gusto di un tempo o se è antesignana per definizione, ti ritrovi con gli "Spirituali", con i "Mistici" con quelli che ci trovan qualcosa in più che il partecipare ad una semplice disciplina, con degli amici insomma. Immaginati la scena. Un traffico allucinante. Un casino di umani in mutande colorate. Un magma. Non un Ciarpame ma uno di quegli ingorghi di vite che si vedono ogni dieci anni. Uomini, donne, ragazzi, vecchi così azzeccati uno all'altro che non si vede nemmeno l'asfalto. Che se uno si sente male non può nemmeno stendersi o cadere. E Martoc solo, con accanto la probabile ombra della sua sconfitta. Vicino ad una comitiva di donne e al "pacemaker" delle 3.00 ore si sentiva solo e pensava: i poeti vivono e corrono con la loro poesia. L'uomo a cui è dato avere visioni non ha bisogno d'altra compagnia. Ma l'immaginazione appartiene al desiderio, quindi nasce il conflitto, perché tra desiderio e il suo oggetto c'è la realtà. Muove da un rifiuto delle cose così come stanno; e le riordina, le sistema in un altro modo oppure le smonta, scompone, le priva di senso, le sfigura e le fa diventare altro. Come quando smonti la Vespa, rimontandola ti ritrovi con un'altra cosa, e con un pugno di bulloni e rondelle. E' una proprietà dello spirito (che è desiderio e mente) e di ogni spirito, dall'ignobile al più elevato. L'immaginazione produce fantasie sospendendo il ragionamento. Come dire: quando l'immaginazione è al lavoro si smette di essere intelligenti e si comincia a desiderare. Cioè, a osservare. A sentire. A volere. Queste immagini non sono altro che proiezioni affettive della mente. Un attività del genere ti rende intelligente, ma dopo. "Non c'è niente da capire, basta guardare" (G. Parise)

 

Cap.4: Ma alla partenza Martoc si disinteressò completamente dell'avversario; come si fa con le belle donne quando le si deve conquistare. Si fa finta di niente, si controlla la situazione. Si adatteranno loro a noi. Una non-pastura. Il desiderio é metà della vita; l'indifferenza é metà della morte e con la morte negli occhi si reagisce. Ma il reagire da stratega può voler dire stare fermi. Martoc aveva quindi coscienza della posizione del nemico ma cercava di condurre la propria arte bellica senza influenze. Almeno nella prima fase. Almeno sin quando sarebbe stato bello fresco. Quando invece, si sarebbero iniziati a vedere i sorci verdi, in mezzo a quel gruppetto il Martoc avrebbe cercato anche la propria cavia, in quel percorso di sempre, fatto di magnifiche strade tipicamente bucoliche.

Bum … Bum, partiti. Si sciama.
Veloci.
Ognuno con il ritmo del vicino. Tutti sopra alle proprie capacità. In linea con le proprie aspettative. Un po'per incoscienza e un po' per metter fieno in cascina. Stite si avvicina e dice:

"Scommetto trenta denari hahahaha".

Martoc rispose :

"Spiacente. I reali non possono abdicare " . E pensò: fate voi non foste per viver come me.

Escono da Sommacampagna e con passo folle arrivano nell'abitato di Custoza, famosa per le battaglie ma anche per il vino bianco. L'abitato sorge sulle ultime propaggini dell'anfiteatro morenico del Garda, nei pressi del fiume Tione, a breve distanza dalla pianura padana e dall'asse viario della via Postumia. Qui iniziano già a delinearsi i vari gruppetti con le relative varie andature. Martoc corre, forte del suo allenamento. Sente come una spinta pari. Come se avesse un pannello che lo spinge avanti. Due motori a idrogeno. Una grande forza calda esterna a se. Bello. Va come un aereo, ed a piene narici respira il kerosene e vede tutto dall'alto. Controlla. Calcola le andature e le relative proiezioni.

Intanto guarda come un acquisitore di obbiettivi con il suo mirino galileiano il gruppo dei tre ore basso, che abbastanza compatto transita sulla bella collina del Trebbiano e della Garganega. Con la sua diottra immaginaria mira il nemico, e lo vede dentro al reticolo a croce. Lo punta sul lungo rettifilo del ponte Visconteo di Valeggio sul Mincio (patrimonio dell'Umanità dell'Unesco) senza lasciarsi affascinare dallo splendido borgo medievale.

Ma Borghetto, mulini, cascate ed edifici storici, non lo vede. Sono già trascorsi circa una ventina di chilometri di pratica e di pretattica. E' ora. Di lì innanzi inizia il tratto di pista ciclabile che costeggia la sponda sinistra del Mincio. Un buon posto dove spingere, circa dieci chilometri pianeggianti in attesa del Golgota:

"Il muro della Scarpina", una salita spacca gambe che porta oltre che a Camalavicina anche a raschiare il fondo del barile, come si suol in gergo. Un dodici percento di pendenza che fa male. Martoc inizia a dipingere scenari apocalittici. Si vede in salita a fianco d'un improbabile paffuto corridore. Lui col suo fisico da decatleta, quasi perfetto, di fianco ad un soggetto ciccio col fisico da krapfening (o bomboloning). E pensa che è un ingiustizia … invece non sa che sta proprio lì la giustizia divina.

 

Cap.5: Una fitta al polpaccio. Un dolore lancinante,talmente forte e sottile da sembrare un suono. Appena iniziata la salita. Appena staccato il nemico. Un acuto di chitarra elettrica che parte dal piede ed arriva al ginocchio. David Gilmour con The Dark Side of the Moon (On the Run), cosa ci fa nelle gambe dei maratoneti? Stringe la mascella. Strizza gli occhi e parte col "mantra": non sento niente, non sento niente, non sento niente. Un eco interno si impadronisce del sistema. Gli da forza ma nello stesso tempo sente, vede, tocca il vuoto. Paura. Sicurezze che vengono meno. Perplessità. Addio orologio, addio tempi. Manca ancora molto e questo mette in discussione tutto. Tutto. Ciascuno vive la propria vita e ne paga il prezzo. Nei rapporti con gli uomini il destino non chiude mai i conti. Sente ogni fibra del corpo e ogni cellula del cervello imbevute di impulsi furiosi. In tali momenti gli uomini perdono il libero arbitrio e vanno in contro alla loro fine fatale.

 

Cap 6: E in quel momento Stite lo vede. Lo osserva bene e capisce tutta la difficoltà che Martoc sta vivendo. Martoc è condannato. Si stacca dai gruppetti come un chicco d'uva dal grappolo. Fortuna che l'abitato successivo è Salionze e un po' di tifosi o gente che è solita andare a comprarsi il giornale di domenica mattina c'è, e da animo a tutti. Fortuna che son di cultura cattolica e dan da bere agli assetati, mangiare agli affamati e tifo ai disperati. Quindi la strada-muro perde un po' le sembianze della Via Crucis che sembrava avere. Martoc si rincuora un attimo e si ricorda di una storia. In un libro che aveva letto molto tempo fa: Oceano e Mare. C'era un capitolo con un episodio che Martoc, assieme ad altre storie, raccontava ai suoi figli, la sera:

 

"Accadde, all'ammiraglio Langlais, di trovarsi nella fastidiosa e banale necessità di giocarsi la vita in una sfida a scacchi.
(…)

Passò due giorni bendato e incatenato in un carro che non smetteva mai di viaggiare. Il terzo giorno lo fecero scendere. Quando gli tolsero la benda si trovò seduto di fronte al bandito. Tra i due c'era un piccolo tavolo. Sul tavolo, una scacchiera. Il bandito fu lapidario nella sua spiegazione. Gli concedeva una chance. Una partita. Se vinceva, sarebbe stato libero. Se perdeva, lo avrebbe ucciso.
(…)

Non gli ci volle molto per constatare che il bandito era folle di una follia brutalmente astuta. Non solo si era riservato i pezzi bianchi ma giocava, lui, con una seconda regina ordinatamente sistemata al posto dell'alfiere di destra. Curiosa variante.
Un re e due regine, aggiunse beffardo, indicando le due donne, invero bellissime, che sedevano accanto a lui. La battuta scatenò tra i presenti risa sfrenate e generosi urli di compiacimento. Meno divertito, Langlais riabbassò lo sguardo pensando che stava per morire nel modo più stupido possibile.
La prima mossa del bandito fece tornare il silenzio più assoluto. Pedone di re avanti di due caselle. Toccava a Langlais. Esitò qualche istante. Era come se aspettasse qualcosa, ma non sapeva cosa. Lo capì solo quando, nel segreto della sua testa, sentì una voce scandire con magnifica calma.

- Cavallo nella colonna dell'Alfiere di Re.
Quella voce la conosceva. Prese il cavallo e lo portò davanti al pedone dell'alfiere di re.
Alla sesta mossa aveva già un pezzo di vantaggio. All'ottava arroccò. All'undicesima era padrone del centro della scacchiera. Due mosse dopo sacrificò un alfiere, cosa che lo portò, la mossa seguente, a mangiare la prima regina avversaria. La seconda la intrappolò con una combinazione di cui - se ne rendeva conto - non sarebbe mai stato capace senza la puntuale guida di quella assurda voce. Man mano che si sgretolava la resistenza dei pezzi bianchi sentiva crescere, nel bandito, una collera e uno smarrimento feroci. Arrivò al punto di temere di vincere. Ma la voce non gli lasciava tregua.
Alla ventitreesima mossa, il bandito gli diede in pasto una torre, un errore tanto palese da sembrare una resa. Langlais stava automaticamente per approfittarne quando sentì la voce suggerirgli in modo perentorio.

- Attento al re, ammiraglio.
Attento al re? Langlais si bloccò. Il re bianco se ne stava in posizione assolutamente innocua, dietro i resti di un abborracciato arrocco. Attento a cosa? Guardava la scacchiera e non capiva.
Attento al re.
La voce taceva.
Tutto taceva.
Pochi istanti.

 

Poi Langlais capì. Fu come un lampo che gli attraversò il cervello un attimo prima che il bandito estraesse dal nulla un coltello e rapidissimo cercasse con la lama il suo cuore. Langlais fu più veloce di lui. Gli bloccò il braccio, riuscì a strappargli il coltello e, come a concludere il gesto che lui aveva iniziato, gli squarciò la gola. Il bandito franò a terra. Le due donne, inorridite, scapparono via. Tutti gli altri sembravano impietriti dallo stupore. Langlais mantenne la calma. Con un gesto che in seguito non avrebbe esitato a giudicare inutilmente solenne, prese il re bianco e lo coricò sulla scacchiera.
(…)" .

 

Questo pensiero in Martoc cambia totalmente il suo animo. Lo sente come l'essenza d'un amino acido. La velocità di crociera non cala più, anzi. Martoc credeva d'aver un motore in avaria ed invece in quel racconto c'era il cacciavite per riaggiustare il meccanismo. Credeva di dover atterrare allo scalo più vicino, Oliosi, ed invece si rivede alto, tronfio. Guarda un pesco, simbolo dell'immortalità e un lieve sorriso gli sfiora le labbra come se si fosse smarrito in un sogno delizioso.

Cap.7: Magniloquente passa per casolari e vitigni in un susseguirsi di leggere ondulazioni. Di nuovo non curante "dell'Attila avversario". Come se avesse avuto un consenso sociale. Come se intorno a se quella gente di "San Lionze" alla domanda:

"Chi volete che vi rilasci: Martoc o Stite?".
"Chi dei due volete che vi rilasci?".

Quelli risposero: " Martoc!".

"Che farò dunque di Stite?".

Tutti gli risposero:

"Sia crocifisso!".

Ed egli aggiunse:

"Ma che male ha fatto?".

Essi allora urlarono:

"Sia crocifisso!".

 

La situazione quindi era stata sovvertita.

Martoc era entrato nel Giardino del Getsemani della propria spiritualità.

 

Cap.8: Le montagne russe che portano alla meta. Passando per San Rocco. La strada che riporta a Sommacampagna potrebbe benissimo esser la rotaia d'una giostra di gardaland, non avendo un centimetro di pianura e di rettilineo. Mille curve e saliscendi, intorno ad un solo viale alberato (meraviglioso). Passaggi in off-road d'altri tempi. Vuoi vedere che è questa la salita più dura … Vuoi vedere che è questo il Golgota. Si. Infatti. Corre oramai sul posto e la sua mente va, quasi lasciasse l'involucro dietro a se.

Si sta lasciando indietro, è più di uno.
Sente la parte più esterna tutta rotta, rovinata; pensa a se stesso a strati.
Sta iniziando a scavare dentro e si vede come un plastico in anatomia patologica. E' a pezzi e guarda i pezzetti piccoli sui vetrini sotto ad un microscopio confocale gigante, e scansiona tutto il piano, sfoglia col bisturi, cercando la parte che ha ceduto.

 

Martoc si apre, si apre e vede i suoi cerchi, li conta, sono tanti, qualcuno in più dei suoi anni; si è piantato, ecco cos'è che lo fa ragionare come un albero. L'esser praticamente fermo. Corre sul posto, come quando si faceva reazione fisica al sabato in piazza Brà. Forse viene da lì questo spirito masochista, vorrebbe strappare lo strato più esterno, buttare la corteccia affaticata e vedere la pelle sotto nuova, verde. Fare come un serpente (non perché sta strisciando) che lascia la sua logora parte più esterna e a tutti gli effetti parte nuovo. Girarsi e vedere quello strato allontanarsi, quella pellicola trasparente con la sua forma rimpicciolirsi sempre più. Insomma, se sto serpente fosse un albero, lasciando la sua parte più esterna lascerebbe un cerchio e più cerchi lascia più ringiovanisce e più ringiovanisce più va forte e prima arriva a sto cazzo di traguardo. Ma non crede che sia così, non ci crede nemmeno lui. E forse uno strato lo ha già buttato. Capisce però che non ha lasciato dietro di se la parte più esterna, ma delle parti interne. La carrozzeria infatti la vede, brutta, opaca, è ancora quella, ci vorrebbe una botta di polish. Corre. Corre comunque, più piano ma corre. Con tutte le sue matriosche, solo che essendosene andate alcune, altre dentro ballano; non è una festa, non ballano per felicità, c'e la più piccola dentro quella finale, quella che non si apre che vaga in Martoc vacuo. Ipofiso: così la chiama.

 

Ipofiso sarebbe raffinata per definizione, ma la sua è buttera, bovara della maremma, oramai gli vaga dentro per i fatti suoi. Sono distinti l'un dall'altro. Non capisce. Si è ammutinata. La vede e sente vagare dentro di se in sciopero con il cartello della fiom o di chissà quale altra sigla sindacale. Sta impazzendo. Da me, dice, non si fa sciopero; e continua: "ferma, ferma tutto c'è una parte dentro di me che sta impazzendo". Il bello è che guarda fuori con le mani attaccate alle sbarre e protesta, crede che siano pazzi quelli fuori. Non si capisce più ma va avanti. E' alla goccia.

 

 

Cap.9: Dalle dieci fino a mezzogiorno si fece buio su tutta la terra di Sommacampagna. Verso le undici, Martoc gridò a gran voce: "Gebree, Gebree ssilase, lemà sabactàni?", che significa:
"Signore mio di tutte le Maratone, Signore mio di tutte le Maratone, perché mi hai abbandonato?".

E continuò ma senza voce: "e pensare che certa gente corre con l'iPod, con le cuffiette ; che invidia, quelli si che stan bene. Io invece son qua a sentire la convention che c'è dentro di me".
Udendo questo, alcuni dei presenti che seguivano la gara, dissero: "Costui chiama Gebree ssilase Signore di tutte le Maratone". E subito uno di loro corse a prendere una spugna e, imbevutala di Gatorade, la fissò su una canna e così gli dava da bere. Gli altri dicevano: "Lascia, vediamo se viene il Gebree a salvarlo!". E Martoc, emesso un alto grido, spirò.

 

Cap.10: Attoniti i presenti sembrava non sapessero che fare. Guardavano sbigottiti coi loro bambini per mano coi loro cani al guinzaglio sganciato, con le loro barbe fatte della domenica mattina, con le mogli a casa a far l'ultima "pearà" della stagione.

 

Cap.11: Ed ecco il cielo di Villa Venier si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di maratoneti morti risuscitarono. Compreso quello di Martoc. Ma oramai aveva perduto. Era arrivato troppo tardi.

 

Cap.12: Entrarono in Sommacampagna. Martoc, mesto, si apprestava a tagliare il filo di lana. Quando oramai perdute tutte le speranze vede un esile figura. Il Stite agonizzante, non più rubicondo con negl'occhi la furia selvaggia di un animale braccato, ricurvo su se stesso, guarda Martoc per un istante e poi fissa l'asfalto. Nessuno può sottrarsi dal portar le croci.

Sorride, ride tutto... Un sorriso da orecchio a orecchio che passa dal cuore. Respira vivo della sua Vigorsol visiva. Ma si ferma, lo guarda e come Simone di Cirene, lo aiuta a raddrizzarsi e quell'inadeguatezza del vivere, quell' inafferrabile desiderio di rivalsa se ne va in entrambi ed assieme transitano sul traguardo.

 

Simone Cartom Crema - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.