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Per i meno avvezzi, il percorso piccolino...

Tribolazione. Una débâcle. Tradizione vuole che la corra con I miei soliti due innesti. Non è colpa loro ma della mia pseudo forma misto ad un problema meccanico. La partenza in viale dell'Industria davanti all'Agricenter dava l'idea d'una cosa in grande; l'avere Baldini vicino ed un elicottero sulla testa non parliamone. Siamo partiti a razzo. Il momento più bello è stato sopra al cavalcavia, quando dopo nemmeno un chilometro, dominando la città, mi son concesso...

... uno sguardo al mio adorato, magico e bianco Fujiama (M.Baldo). Che bello, al contrario delle previsioni il cielo è terso e mi permette di osservarlo e quando lo vedo cambio umore. Mi sento leggero, non lascio impronte e volo, viaggio veloce, quasi coi primi. Fatta la discesa entro in piazza Bra'. Una vista ideale dominata dalla mole dell'Arena - sfido chiunque a dirmi che strada ha fatto per arrivarci, troppo veloci e troppo entusiasmo- bella.

Lo speaker, a tutta voce grida il mio nome ed io mi esalto ed i miei ragazzi sentendolo lo ringraziano con un espressione di massimo orgoglio. Ma escludendo i primi tre chilometri, dove l'energia è a mille, l'adrenalina a duemila e la voglia di correre a tremila, dal quarto è iniziato il piattume dell'inerzia. Gia in via Cappello avrei chiesto ospitalità a Giulietta. Spingo quasi come fosse un lavoro. Vedo le mie immagini. In corsa: io mi apro i miei album e li sfoglio. Chissà dove vado a prenderli, nelle cantine della mia contorta mente (tiè! Enrico). Vedo ste foto attraverso quel foglio di carta velata che avevano gli album degli sposi d'un tempo, ma non è quello che vela, che mi fa veder torbido; sono io "l'appannato". Mi accorgo che oltre alla mia poca forma c'è qualcosa che non mi da scorrevolezza. Qualcosa mi rallenta. La ruota non gira bene. Io mi credevo il bianco destriero della biga dalle redini d'oro con dentro due perle ed invece, eccetto le perle, tutto il resto era di qualità scadente, altro che destriero, assomiglio più ad un asino col carretto. Il mio braccio chiama un crampo, e l'altro per simpatia ha la carne greve. Anche l'aspetto mentale s'è lasciato sdraiare, ed è così. L'unico vantaggio è quello di correre da qualche anno e di saper come vanno le cose; e se sai come và, i colpi li aspetti e stringendo gli occhi li prendi, incassi ed aspetti il conto, con un leggero mugugno ma non urli, non imprechi e non piangi. Non c'è il piano B, devi arrivare con le tue gambe. Potrebbe succedermi qualsiasi cosa ma non mi fermerei, mai. Lo so, ci son già capitato ed accetto la mia Via Crucis. Proseguo, ragiono come un treno e vado. Spero d'essere il passeggero di me stesso e guardando fuori dal finestrino vedo scorrere al replay un ambiente famigliare, la mia città. I Portoni Borsari, dove scambio una parola con la nota Pezzo, che mi fa i complimenti ( grazie Paola ) e la passo -ma solo per il momento-, il suolo a pavè fa un po' sobbalzare i miei campioni ma si divertono, ed io vado. Poi il lungadige, una

favola. Interrotto solamente e piacevolmente dai miei ragazzi che tifano il loro povero eroe di carta pesta. Sentire le vocine gridare " PAPA' PAPA' " mi stringe il cuore, mi da la sensazione di rinascere, di pescare un jolly ma quando oramai ho perso la mano; è come guardare l'estratto conto a zero ed infilare le mani in tasca e trovare dieci euro, sempre tuoi, che non fan cambiare nulla ma ti danno forza e un sorriso a tutta faccia, e tiro avanti. Mi trascino. Viso stropicciato, tagliato in due da un sorriso da ebete. Bello però,mi fa apprezzare la vita e capire che sono quel che sono, punto e basta. Arrivo lì, e per quanto mi possa sforzare arrivo lì … ma se ci penso bene era tutto quello del quale avevo bisogno. Il mondo, la vita, si possono capire pure così. "La vita che vuoi è la sola che avrai" diceva Seneca (… non quello vero).

Arrivati a Castelvecchio dopo aver superato l'ampia ansa del fiume Adige che racchiude il nucleo storico cittadino, il percorso fa transitare sulle singolari arcate del ponte Merlato. Lì ho riniziato a sentire il vecchio leone dentro di me che ruggiva (e tossiva) e, complice l'aiuto del più "grande" che sceso dal passeggino è scattato fin sul colmo del magnifico ponte scaligero, son partito come se niente fosse; ho quindi percorso viale Piave credendo fosse L'Avenue des Champs-Élysées, e questo era perfettamente in linea con quello che ho trovato al traguardo indoor: l'Arch du triomphe.

A l'anno prossimo…

 

Simone Cartom Crema