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Si chiamava Anabasi katabasi. Quando mio padre ce la raccontò eravamo in viaggio per Atene...

anabasi katabasi

1°Canto (non è che voglia paragonare questo scritto all’Opera del Sommo Vate, è che risulta più simpatico del freddo “cap.” cioè capitolo. Comunque capitolo o canto, le storie troppo lunghe e prolisse son da frammentare, anche perché risulta più comodo per chi scrive e più facile per chi legge, laddove non c’è continuità. Comunque Dante Alighieri era molto amico del nostro Can Francesco della Scala detto Cangrande I, tanto da dedicargli una cantica del Paradiso …

... quindi il termine “Canto”mi sembra appropriato, in quanto parlerò di una gara di Verona, tiè!)

Anabasi Katabasi

Epica. Si chiamava Anabasi katabasi. Quando mio padre ce la raccontò eravamo in viaggio per Atene. Ero con i miei amici e lui. Quelle parole: Anabasi Katabasi, senza saperlo le stavamo riportando a casa loro. Mio padre non ha fatto il classico e credo che per lui non avessero nessun significato se non quello di “fatica e sacrificio”. Era il 7 novembre del 2007 e ci stavamo dirigendo a Maratona per la Maratona delle Maratone; eravamo in Grecia per disputare la disciplina olimpica per eccellenza e per di più era appena stata vinta dal nostro Baldini nella versione Olimpica per l’appunto. Eravamo eccitati e mio padre ci narrò varie competizioni dei suoi tempi, anche 100 kilometri tipo la Montagnana – Vicenza - Montagnana, ma quella dove si soffermò di più era quella dal nome greco e dal fascino inossidabile e l’anno dopo, come per incanto l’Anabasi Katabasi riapparve. Dopo anni e anni di vuoto. Dopo anni e anni di latitanza, l’ Anabasi Katabasi era tornata.

Lui, come un Apollo profeta, riportando il verbo all’Acropolis riportò in vita la gara delle gare. Oggi, lasciando stare Omero, l’Iliade e l’Odissea, la gara è alla seconda edizione dalla ripresa ed è un po’ cambiata, s’è accorciata d’una decina di kilometri, ma questo poco importa: io la sto per correre, la seconda della nuova edizione, e per gentile concessione con il 207, lo stesso numero che aveva lui nell’ultima Verona-Bosco alla quale partecipò; correva l’anno 1979 ed io ho una sua bella foto, di allora, attaccata sul mio posto di lavoro e quella foto in bianco e nero ha giusto giusto 30 anni.

Ora la Gara si chiama semplicemente così, Verona-Bosco, non porta più quel nome fascinoso ma è sempre una corsa da uomini. Il pettorale che portavano era di stoffa e quando si impregnava di sudore pesava un kilo; ma non era niente se confrontato con la maglia in lana, pesante e pizzicante di un improbabile giallo. Poi se ci mettessimo a parlare delle scarpe probabilmente non capiremmo se era sport o masochismo. Bella storia.

 

2° Canto

Bella Storia

Non c’è che dire. E parto con il mio Virgilio, speriamo non s’aggreghi Caronte; ma credo che si riserverà di apparire al 25/26° kilometro. Me lo troverò con gli occhi infuocati in mezzo al mio cammino (avrò cessato la mia corsa) che mi sbarrerà la strada, io abbasserò gli occhi e vedrò scritto in gesso bianco sull’asfalto: lasciate ogni speranza, voi ch’entrate.

Ergo parto con la mente come al solito e penso: Bella storia si diceva da noi un tempo. Era un intercalare, era un dare nota positiva ad una condizione che si stava per presentare. Esagero: una profezia. Così la faccenda assumeva una connotazione rosea a prescindere. Era un modo di dire che si utilizzava al tempo dei paninari e dei ... anzi, parliamo come mangiamo: al tempo dei bondolari e dei baiosi. Io modestamente non so da che parte stavo; credo da quella dei baiosi che avrebbero voluto essere bondolari. In realtà credo di non esser mai entrato nel negozio della Naj-oleari o forse una volta, vicino alla galleria Pelliciai, se non sbaglio; devo aver preso, se ricordo bene, un po’ di tela per rifoderare qualcosa boh. In quello del Charro invece c'erano più cose e articoli culto come le simil Sebago; quello era in Portoni Borsari e forse è stato l'ultimo dei negozi di “borsari” nella via, o ce ne sono ancora? Ma. Fatto sta’ che è passato del tempo e  poi non lo ricordo così volentieri e non so perché; e si che avevo i 501 e mi son divertito.

Torniamo a noi e alla Bella Storia.  Bella Storia non era un creare aspettativa; era un mezzo commento anticipato, una didascalia di quella bella foto futurista che ci compariva nella mente. Chiara, nitida, dal sapore di progetto riuscito. A quei tempi di fantasia ne avevamo da riempire un bastimento. Quindi non era difficile sognare, non era difficile ritrovarsi a cantare. Era così. Ero adolescente e Bella storia non lo si diceva quando ti veniva raccontato l’aneddoto della vita ma bensì quando la cose sembravano, potevano, mettersi nella miglior condizione possibile. Si, magari quando ti invitavano ad una festa da mille ed una notte oppure quando incrociavamo delle belle ragazze che, per guardarci, portavano gli occhi a fine corsa e si voltavano con quel sorriso umil-presuntuoso che caratterizza quell’innocenza che se ne sta andando: bella storia. Ora i pensieri razionali han preso il posto di molte fantasie, le hanno scansate e  relegate in una stanzetta ed han socchiuso la porta. Una stanzetta disordinata, ma così dev’essere, dove filtra poca luce. E’ là, in fondo in fondo alle stanze mnemoniche. Personalmente ci entro solo quando corro; del resto ora il testimone è passato a me: son padre due volte. In questa stanzetta della fantasia mi ci ritrovo seduto all’indiana, per terra con le gambe incrociate, braccia conserte e sguardo al soffitto, come si faceva all’asilo. E lì vago (non è dialetto veronese ma potrebbe esserlo)...

… è mattino, mi alzo, neanche troppo preso, direbbe un panettiere. A casa mia non si muove una paglia. Tutto tace. Mi stiracchio e, col sorriso, penso al mattino precedente che non ero andato a correre per un buon motivo.

Quale era il motivo?
Tommaso, 4 anni: la vita.
Viene da me, assonnato e barcollante.
Mi chiedo cosa faccia sveglio.
Mi guarda e piegando la testa come i cagnolini quando non capiscono mi dice:

- papà! Non vai a fare la cacca?

- Io lo guardo e cercando di capire, aiutandomi annuendo con la testa a mo’ di Talebano mentre legge il Corano, abbozzo un sorriso. E penso: è come me, si alza all’alba, manco dovessimo andare al mercato della frutta.

E lui, come per replicare:                                                                 

- Papà! così viene giorno.

Io, razionale ma divertito:
-beh, non è proprio così. Io vado in bagno quando è quasi giorno, non è che venga giorno quando io vado in bagno.

E Tommaso, il mio Tommaso, con aria di chi sta’ dando il pronostico della propria squadra del cuore:

- o forse tu sei il sole.

Li per li, oltre a piangere non puoi far altro che strucarlo, cioè stringerlo in dialetto veronese, non vorrei che qualcuno pensasse che lo mandiamo a letto truccato. Stringerlo per sentirlo mio perché in quei momenti lo mangerei, mi raccomando anche questo è un modo di dire … non è che sia un comunista; o comunque non mangio i bambini.

Sorrido, tiro l’acqua e ho fatto venire giorno. Faccia, denti, completino da corsa. Piccolo dilemma su quali scarpe indossare. Scarpa da fondo lento. Occhiali, un’occhiatina alla tabella e un po’ di crema sul musino. Pronto. Bicchiere d’acqua. Matita e biglietto per informare i concubini amici di Morfeo che son fuori per la sgambata. Esco. Il primo respiro è qualcosa di unico, da l’idea dell’energia, della forza, della potenza. Faccio le scale a scendere dando una furtiva occhiata al vicinato. Tutto sotto controllo. chiudo il cancelletto e non ho l’orologio: porca puttana! Dimenticato, scordato, non c’è. Devo scavalcare il cancelletto come un ladro per tornare. Lo guardo, lui è lì fermo, grigio ma sopratutto di ferro e chiuso. Alzo le mani in un tentativo d’ approccio; un movimento ragionato delle h 7.00, con logica bradipata. Non è il movimento giusto; se in questo momento il mio vicino pensionato con la canna dell’acqua in mano mi vedesse, oltre a spruzzare ovunque a mò del Piccolo Diavolo, penserebbe che io sia un nostalgico di Alberto Camerini. E allora con la mano sinistra mi gratto la testa e appoggio la destra al campanello. No, non posso

suonare, mi uccide. Scavalco. Mi accingo come fosse un’impresa, come un tedesco della Germania dell’Est che scavalcava il muro di Berlino. Ho tutta l’incertezza dell’appena svegliato, sembro Stanlio quando combinava una delle sue e doveva render conto a Olio. Appoggio la mano al muretto e rifletto. Hop zompo, salto di là. Riesco, non ci credo, ho scavalcato ma non so come ho fatto e chi mi ha dato il foglietto illustrativo con le modalità ma soprattutto chi mi ha dato il “via”. Salgo e brandisco l’orologio come un bottino. Richiudo la porta di casa come l’ho aperta, cioè tipo Arsenio Lupin con lo stetoscopio e la cassa forte; ma senza chiedere a nessuno di pronunciare “trentatre”. Scendo le scale e non ho riaperto il cancello. Oramai son giù e non rifaccio le scale e riapro e richiudo la porta-cassaforte. Che faccio? Riscavalco ed esco. Hop. Espletata l’ultima manovra sono libero e con l’orologio. A dire il vero oggi potevo anche lasciarlo a casa. Vabbé posso andare. Guardo le piscine di fronte a casa, ancora chiuse, intravedo l’acqua azzurra e piatta. Attraverso il parco giochi, che anche se spoglio dei bambini, da una sensazione di serenità. Andrei sull’altalena, ma poi mi gira la testa. Direzione lago. Faccio la discesa e sulla passeggiata del lungolago, oltre ai polmoni, ogni volta mi si apre il cuore. E ogni volta, sarò impopolare, non posso fare a meno di pensare a chi non può avere un fiume, una collina, un lago o il mare. Penso al milanese, per antonomasia nel nostro gergo è quello che non ha nulla di tutto questo (so che il mio amico Mic mi capisce), so che a Milano ci sono dei parchi meravigliosi ma noi i milanesi li vediam così, li vediamo un po’ nel grigio della loro metropoli e poi dicono: “bellali”, vuoi mettere col nostro: bella storia.

Corricchio col sole in faccia, già caldo ma che ancora non rosola. Vado lento, tanto questo è un allenamento extra; consolido. Penso ai miei appuntamenti invernali, ultimo flash di razionalità. Sono già in ritardo sulla preparazione. A dir il vero tutti i miei amici podisti sono in ritardo. Il perché? Ti dicono che fa caldo, non ci si riesce ad allenare. In effetti questo venti di agosto farebbe boccheggiare le mucche Bororo del niger. Ma mi sovviene un pensiero: son sinceri? Non si sa. Siamo alle solite. Ciclisti, podisti non ti diranno mai che sono in forma, che si stanno allenando bene. Ti dicono che fa troppo caldo in agosto, che fa freddo in gennaio, che hanno un problemino al ginocchio e che han troppo lavoro ma poi li vedi ad orari improbabili spediti come caccia all’inseguimento dei loro record. Il segreto è quello li: dire che ti alleni poco, poco; così il tuo potenziale rimane un’incognita. E in caso di sconfitta si può dire: se mi allenassi vedresti! Tu li guardi e pensi: ma non eravate voi quei carovanieri Tuareg che percorrevano kilometri su kilometri sotto la candelina equatoriale di ferragosto? Si eravate voi, non ho visto i cammelli carichi di sale ma voi carichi lo eravate e molto, eravate pieni di aspettative.

3° Canto

riflessione

Ci sono istanti dell’esistenza in cui diventa un’occorrenza arrestarsi. Riflettere. Capire che non c’è un’esplicita coerenza nelle cose. Ciò che vuoi e vuoi energicamente lo devi conquistare. Devi guardarlo da lontano e capire quale è, in un istante , la strada giusta per arrivarvi; la più rapida, la meno impervia … quella che ti permetterà d’arrivare. In un percorso vario, talvolta fatto di dolci pendii in cui la vita pare ondeggiare sonnacchiosa in una quotidianità semplice ed appagante, trovi inattese pendenze che a stento senti di poter affrontare. Mentre ti lanci in questo combattimento dal risultato incerto, dalla prospettiva dubbia, affronti gli stati più vari dell’animo, dalla rassegnazione all’euforia più appagante e propulsiva. La meta costa sacrificio. La meta è il tuo credo mattutino, ciò che ti spinge a vincere l’indolenza di una vita facile. La meta sono i tuoi sogni che non devono svanire all’alba, ma che devi mantenere, perpetrare e proteggere dallo scontro con la realtà. Con tutto questo cosa voglio dire? Non lo so ma mi suonava bene.

4° Canto

La partenza della Verona – Bosco”  

Siamo nello slargo della Verona buona. A fianco c’è la Granguardia, di fronte il Liston con il suo bianco lastricato e dietro la magnificenza dell’anfiteatro più bello del mondo … e muci! Indovinato? Siamo in Brà, e lè bela che no se sà.  Il corpo si muove, parla con la mente e gli dice quello che sente. Le vene si dilatano, inizia la tensione. Respiro. Contrasto la tensione slegando tutti i legamenti. Sciolgo i miei tendini, li allungo come elastici per raggiungere un buono stato;  stretching in gergo (non imparerò mai a scriverlo … or ora ho fatto copia incolla da Wikipedia).

Via, via  … partiti.

Siamo in quattrocentocinquanta paranoici che in mutande colorate vanno a demolirsi bandellette tibiali, fasci plantari e a costruirsi un solido futuro per patologie di varia natura: una su tutte? Condropatia rotulea. Dove? Su una salita di quattordici kilometri anticipata da altri diciotto kilometri di follia fatta a percorso con saliscendi da massacro. Un totale di trentadue faticosi, pesanti, scomodi, impegnativi, complicati, macchinosi, difficili, indigeribili kilometri.

Il sudore non tarda ad arrivare sulla mia pelle e mi fa brillare ma solo esteticamente.  Una cosmesi irreale. Corro col mio amico Sergio e tutta l'energia che ho è nei miei quadricipiti. Con i più fingo dialogo e pondero. So che a breve andrò in riserva. Andiamo piano, dico, ma poi ogni volta cado nella mia autostima ed esagero, mi dimentico di controllare la spia segnalatrice; la colpa è dovuta al buono stato fisico dell’ età adolescenziale. Quel benessere di primo pelo ti fa raggiungere obbiettivi senza fatica e questo ti dà un finto trampolino per il futuro. Credo di vincer facile, ma la realtà è ben altra. Forse avrei dovuto imparare un po’ da mio padre; lui, timido, chiuso e rinchiuso in una gabbia di pessimismo, imprigionato in un indole pragmatica ha, ahimè, la concretezza sotto mano. Tant’è che Lui, ora, è a fare la Tre cime di Lavaredo con il gruppo de Le Sgalmare, una corsa di diciassettevirgolacinque  kilometri e milletrecentocinquanta metri di dislivello; e col suo passo la farà tutta.

 

5° Canto

transito in centro

Sgattaioliamo per le vie del centro, attraversiamo l’Adige volando e siamo già all’attacco delle Torricelle. Il pavè del centro storico non lo abbiamo neanche sentito; e nemmeno la salita delle collinette veronesi sentiamo, ma al solito porteranno il conto a fine pasto e vorranno il supplemento e la mancia. Spingo sulla salita ma senza esagerare, il problema è che non ne ho nelle gambe. Non ne ho, non ho banane, caramelle, benzina! Scolliniamo chiacchierando ed incontro una persona interessante: tale Carlo; che oltre a portare il nome dell’altro mio figlio, il primogenito, è nato lo stesso giorno: il ventisette di ottobre (non dello stesso anno). Curioso no? Ma questo Signore credo sia interessante per molto altro; si vede dai suoi occhi e dal suo aspetto alla Vittorino Andreoli, con quei capelli da Einstein. Devo conoscerlo meglio. Piccolo svago della mia mente tra il correre, il pensare a quanto mancherà alla salita, a quando andrò in crisi e al saluto di tanti tanti amici di Peschiera, Pacengo, Bussolengo, Pescantina, Villafranca borgo trento-milano-roma-venezia-trieste-nuovo etc etc. Sembrava una rimpatriata di autoctoni.

6° Canto

Il Problema

La tenacia può essere generata da un audacia irriflessiva o un coraggio che spinge le credenziali di sé stesso appena appena più in là, di poco poco; ma è quel poco che ti da incentivo e ti spinge a dar quel qualcosa in più che arriva … cazzo se arriva. Il problema è che io ho già dato quando forse non ero ancora pronto, fisiologicamente parlando, anni fà; ed ora mi ritrovo a non avere più il sostegno psicologico. Infatti oggi più che essermi stancato mi sono stufato, e questo mi dà noia. Credevo di esser preparato, certo non per una trentadue, ma insomma. Alla partenza sentivo i miei muscoli come metallo e sentivo che non avrei ceduto, non avrei mollato ed il mio cuore si sarebbe comportato come un martello pneumatico. E’ un peccato perché non barcollo, non sono goffo come un ubriaco. Cammino quasi con le mani in tasca, manca poco che fischietto guardandomi in giro. E questo mio esser lucido e razionale mi fa capire che sto facendo un lavoro e non la sfida della vita, e non una battaglia per migliorarmi. Rallento di calcolo come un'astronauta senza gravità, poi mi lascio cadere in un vortice lungo, il tempo di un'eternità. Corro anzi cammino ed ascolto il mio Sergio che mi fa promettere di non tornare a fare una gara del genere; è da pazzi, dice, ci mettiamo una croce sopra, da quant’è che camminiamo? Non è possibile, troppo dura. Non la farò mai più!

7° Canto

consolazione

Non son riuscito a dare quel che avrei voluto dare. Mi consolo perché la Verona-Bosco assomiglia molto alla distanza di Filippide; è vero, non ho nebbie lisergiche offuscatrici. Penso a Gelindo Bordin quando muoveva i suoi primi passi su questi tracciati e mi consolo perché è una corsa per veri. Bella storia ergo, Bella storia averla corsa per una foto.

Per un sequel naturale a trent’anni di distanza. Oggi non ero in forma ma la foto da appendere ce l’ho e magari assieme ad una terza: quella della corsa delle Tre cime di Lavaredo.

N°207  ’79 Renato Crema
N°207  ’09 Simone Crema  
N°207  ’39 “auspico”  Carlo e/o Tommaso Crema

Ringrazio il mondo.  Simone Cartom Crema

simone cartom

 

 

…to be continued

Il giorno seguente.

Lunedì, giornata uggiosa che rispecchia il mio animo. Ma a me, solitamente, non dura molto lo stato di malmostoso; infatti andando al lavoro, di corsa perché sempre in ritardo, decido una tappa di saluto al mio compagno:
-    Oh! Come ela?
-    Ben e ti?
-    Seto Sergio sa ho pensà …
-    … eh
-    Che … magari, non subito, ma la rifemo … mi e ti !
-    … stà dominica qua no posso mia …fen quela che ven.
-    Vao … ciao Sergio.

 

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