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Saggio sulla mutazione podistica

trail graffiti 09

Dedicato alla Quarta. La quarta non va intesa, evidentemente, come una taglia – ahimè -  ma come il soggetto che segue il terzo. Cosi una signora, in tutti i sensi, si è, con orgoglio/autorevolezza, apostrofata dopo aver letto il mio ultimo racconto dove alludevo al fatto che i lettori dello stesso probabilmente sarebbero stati tre. La Quarta sarebbe un’ avvenente, tenace podista veronese facente parte di uno dei gruppi più importanti della provincia, che nella fattispecie parla con...

... edulcorata voce di mamma. Personalmente nutro nei suoi confronti molta stima, al pari di quella che ho per il Panettiere, l’ Idraulico, il Disegnatore di scarpe e il Venditore di mutande messi assieme.

Parto col racconto …

Metà ottobre, giornata tersa, non capisco se è autunno.  Sole accecante, aria limpida, pulita dal vento freddo del Baldo, in una suggestione di colori che solo il lago riesce a produrre in giorni gloriosi in cui anche le periferie più anonime assumono un proprio perché; figuriamoci Albisano.

Albisano è un non luogo come piace definire a me quei luoghi che poco hanno a che vedere con la quotidianità. Un posto che se lo guardi, intendo se ti fermi a guardarlo, ti sembra tra parentesi.

 

albisano

Ocra, kaki, terra di Siena, grigio beige, grigio ghiaccio, rame perlato, bianco crema e il verde opale, felce, menta ma soprattutto oliva. Questo paesino recalcitrante è spesso, per i più, solo una semplice strada con delle case. Strada di transito per gli scafati, per gli astuti atteggianti globetrotters che vogliono dare un saggio al resto degli occupanti dell’auto quando vedono traffico sul lago e devono rientrare in città, e fanno vedere di esser a conoscenza d’un viottolo-scorciatoia e decidono di portare un po’ di smog anche su di qui per poi arrivare ad intasarsi, incastrarsi nuovamente ad Affi. Passano da Albisano e l’unica attenzione che rivolgono è a qualche scorcio rubato al lago; a quel lago che agli stessi non piace. O meglio, se a questi  chiedi – vi piace il lago? -  Ti senti rispondere –preferiamo il mare-. Ora, atteso il fatto che non centra niente e che non è salato, cosa ci venite a fare? Non trovate di meglio? Mi sembra poco. Mediamente, i <preferisco il mare> abitano in uno spazio che è compreso tra i dieci e i trenta chilometri di distanza dalle acque del Benaco e oltre a suonare il clacson ai tedeschi che si fermano, credo che adottino una forma snob per imitare modi di vivere di classi sociali superiori (che hanno la casa ad Albisano), dando voce alle proprie invidie con irriducibile nonchalance. Albisano è bello ed è per noi, questa volta, il Rendez-vous del nostro giro dell’oca. Lo chiamo così solamente perché quassù dire circuito non mi suona bene e poi quelli che suonano non mi piacciono, ve l’ho già detto. Saremo in una cinquantina, chi con le gambe rasate e chi no. Molti già sfoggiano il pantalone lungo, alcuni no. Affrontiamo con spavalderia un pezzo di mulattiera, un trancio di sentiero ed un bocconcino di strada bianca giusto per stare assieme e per divertirci. Ci piace chiamarlo Trail, va di moda e suona bene, anzi canta bene. Trail è un’ evoluzione, un modo nuovo-vecchio di interpretare l’attività motoria domenicale; in buona sostanza la stessa evoluzione che avevan subito i ciclisti, vent’anni fa, comprandosi la mountain-bike. Un modo per dimostrare, forse solamente a noi stessi, che siamo diversi e che ci piaccion le cose toste: correre in pianura, magari per quarantaduevirgolacentonovantacinque, non è sufficiente e quindi via su in montagna così il terreno è più accidentato, le salite-discese ti uccidono ed è facile perdersi.

Sono, giustamente, uno dei primi ad arrivare in piazza ed aspetto il resto della ciurma superando il primo momento di tiepido imbarazzo presentandomi con allegria e forti strette di mano. Ai conoscenti rivolgo un affettuoso com’ela sito in forma? Ed ogni volta, inesorabilmente, pentendomi della domanda, ascolto con interesse i positivi giovani d’animo che mi spiegano per filo e per segno le ultime loro quarantaquattro sedute di allenamento con tanto di didascalie su sensazioni, percezioni e battito cardiaco; e con altrettanto interesse ascolto i vecchi inappagati (l’età non conta come dice il vecchio Albanesi) che giustificandosi del relativo stato fisico mi illustrano la cartella clinica, mi delucidano sulle diagnosi degli ultimi primari consultati e mi danno la loro pressione sistolica e diastolica, battiti ed elettrocardiogramma. A quelli più insistenti, sia dell’uno  che dell’altro gruppo, chiedo anche elettroencefalogramma.

Preliminari svolti, iniziamo a far sul serio. Non avete capito bene, parlo delle operazioni di appello ed altri preparativi per la partenza del Graffiti Trail.

 

panoramica lago di Garda

 

L’aria è festosa, tutta l‘aria, sia la  pungente miscela gassosa in cui prevalgono azoto e ossigeno, sia l’aria intesa come clima psicologico, atmosfera morale. Siamo carichi. L’unico dubbio è: con quale gruppo stare. Si, perché ogni gruppo avrà un ritmo diverso e qui entra in giuoco il saper interpretare il nostro stato di forma e mediarlo con il nostro carattere, con il nostro modo d’affrontar le cose, tipo: modestia o superbia? Si tira il dado.

Partiamo tutti assieme e la prima tappa è autoreferenziale: la patetica foto di gruppo che comunque a tutti piace, me compreso … figuriamoci, qualcuno dirà. Ma è indispensabile per il nostro sito.           Il sito è il fil rouge, pensieri, eventi e sentimenti in comunicazione, uniti da un filo solo, forte, fisico e metafisico: un filo conduttore. Si tratta di un percorso di senso fatto di inizio, memoria, trasversalità, legame e unione. Il fil rouge è il denominatore collettivo delle dissimili espressioni dell’animo umano. Volti e parole che si sfiorano, e dialogano.  Anche se ogni luogo, ogni popolo, ogni uomo e artista ha la sua visione peculiare.
Di li a poco, correndo, ci frammentiamo.

Credo che bisognerebbe avere sempre nella mente che la Corsa racconta le geografie oltre che storie, racconta territori e non, al nostro livello, le prestazioni.

Lo sguardo del Trailer, di un uomo deve partire dai piedi, e risalire verso le caviglie, i polpacci, le cosce, le anche, tutto il busto, le spalle, il collo, fino ad impregnare braccia e mani, ma soprattutto: occhi. Gli occhi, guardarseli da fuori senza l’ausilio d’uno specchio è cosa da pochi. Saperli guardare significa entrare dentro a se stessi. Per riuscirci è indispensabile un sentiero ed uno sguardo che parte dai piedi, dall’umiltà.

Iniziamo da subito a salire, di corsa con un ritmo molto incalzate, e mordendomi il labbro superiore penso che mi sento comodo come su di un divano. Un divano di quelli scelti con cura, non so se mi capite, un divano è difficile da scegliere, bisogna avere un idea ben chiara di come dev’esser fatto; certi sono attraenti ma quando ti ci sdrai ti scontentano. I più sono fabbricati in malo modo e comprati a caso. Io, in un sentiero bianco con erba ai lati sto bene come su di un buon divano.

Si delineano bene i gruppi, io sto con i primi, con i baldanzosi che tracciano la via. Tutti in fila indiana, a ruota. Affrontiamo un buon dislivello che ci da la misura di come sarà il resto del percorso. Il fogliame è fitto e si dirada solo sul culmine dove ci si apre uno scenario meraviglioso: tutto, tutto il lago. Lo dominiamo dall’alto d’un balcone naturale.

Ricompattati ripartiamo ma di li a poco d’avanti ad un bivio l’incertezza c’assale. Due vie uguali. Una scende e l’altra anche. Guardiamo l’incertezza della guida, pendendo tutti dalle sue labbra. Composti dietro gli osserviamo la nuca che piano piano s’inclina da un lato. Tutti sperano che abbia un po’ di torcicollo, ma non è così. Abbasso il capo, alzo il sopracciglio, apro leggermente la bocca per ascoltare un: mi sembra di qua. Ci guardiamo e ci voltiamo per vedere se arriva il Minotauro.

giro dell'oca

Via … giù veloci. Aria nei capelli e respiro profondo. Di li a poco incrociamo un gruppetto di bikers che riconosco essere i miei vecchi amici coi quali facevo proprio questi sentieri. Li saluto con un sorriso e al bivio dopo, quando ognuno dice la propria, anch’io ricordando il passato, do il mio contributo anarchico: e sbagliamo ancora. Avanti di due indietro di tre, il giro dell’oca.

Arriviamo all’attraversamento d’una strada asfaltata e braccati dal gruppo dietro acceleriamo come le moto. Ma a poco ci serve perché dopo pochi minuti, non si sa il motivo, ce li ritroviamo d’avanti. Penso che abbiano fatto sei col dado o forse ci sarà una spiegazione più logica.

Li sorpassiamo con nonchalance, con aplomb da professionisti, ma intanto i nostri rivali si prendon giustamente beffa di noi. Loro il fil rouge del percorso lo avevan mantenuto e s’eran riusciti a districare nella fitta labirintica-boscaglia senza tanti fili d’Arianna.

Andamento pianeggiante e leggeri saliscendi, prendiamo una mulattiera fra gli oliveti e il bosco, e dopo poco arriviamo ad una grande croce di legno, qualcuno dice una preghiera, qualcuno inveisce. Ma fermandoci, aspettandoci, ponderando e sbagliando strada ce la siamo gustata e se invece l’ avessimo fatta d’un fiato avremmo fatto come i veronesi, scafati e astuti che passano solo perché c’è una via un poco sgombra.

 

Simone Maria Cartom Crema

 

Bella gente, comodo il divano, buono il vino, il salame ed il pane ma la pastafrolla con su scritto “Graffiti Trail” non ha prezzo.

 

nn